Campania Foto di: Livia Bigi

Published on aprile 20th, 2015 | by Matteo Ludovisi

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La Festa di Sant’Antuono, tra rito del suono e storia del gusto

La Festa di Macerata Campania si caratterizza fortemente per la sua capacità di fondere organicamente aspetti religiosi, musicali, folkloristici e gastronomici

Una pratica rituale fortemente radicata nel territorio di appartenenza, in grado di fondere organicamente aspetti religiosi, musicali, folkloristici e gastronomici. Stiamo parlando della “Festa di San’Antuono” (in onore di Sant’Antonio Abate), la ricorrenza che ogni anno si svolge a Macerata Campania (CE) tra il 9 e il 17 gennaio, con il coinvolgimento dell’intero comune ed un elevato numero di persone provenienti dai paesi limitrofi.
La partecipazione, ovviamente, si estende anche agli stessi visitatori e turisti che da tutta Italia confluiscono periodicamente nel paese per assistere, tra le varie iniziative, alla caratteristica sfilata delle “Battuglie di Pastellessa“: una marcia di oltre 20 carri sopra cui si esibiscono i famosi “bottari” nella percussione, non solo di botti, ma anche di falci e tini in onore di Sant’Antonio Abate, con poliritmie che richiamano le lontane radici contadine della comunità.

fuoco festa San'Antuono Macerata Campania

Non è facilmente individuabile l’origine di questa pratica rituale, è vero però che in passato il paese di Macerata Campania si presentava come una comunità prevalentemente agricola ed artigianale, dove il lavoro dei campi richiedeva l’uso di una ricca gamma di attrezzi e strumenti che venivano fabbricati dagli artigiani locali. Si ritiene quindi, che l’uso percussivo di questi strumenti (botti, tini e falci) svolgesse prima di tutto una funzione concreta di “collaudo o verifica” della loro effettiva solidità. Inoltre, la “produzione di rumore” aveva anche un importante ruolo cultuale nel mondo pagano come pratica funzionale allontanamento degli spiriti maligni dalle abitazioni (cantine e stalle in particolare). Un’antica legenda popolare (avvalorata anche da alcuni riferimenti accademici) riporta infatti che i suoni ossessivi prodotti dagli strumenti agricoli, insieme all’uso di fuochi tradizionali, avessero il potere di spaventare ed allontanare le “presenze oscure” che proliferavano durante le lunghe notti invernali negli “ambienti chiusi” del paese. Lo stesso rituale, poi, ripetuto all’aperto, si pensava potesse rappresentare un atto propiziatorio per celebrare la fertilità della “Madre Terra” (e della donna) durante il periodo solstiziale.

Dalle antiche ritualità pagane si è poi passati, successivamente, ad un rapporto più stretto con le celebrazioni religiose che ha portato ad una re-significazione definitiva della festività entro il culto rivolto a Sant’Antonio Abate. Tuttavia permane una “fusione organica” tra pratiche pagane ed elementi di religiosità cristiana, che è stata possibile, a nostro avviso, proprio grazie alla presenza di un particolare aspetto che contraddistingue la figura del Santo: il fuoco.
Se, infatti, la presenza del fuoco nei riti pre-cristiani determinava la possibilità di accedere ad una dimensione “trasformativa” al contempo di nascita e morte, questo elemento ha poi assunto un rinnovato valore entro il culto del Santo, divenendo simbolo della risoluzione del conflitto tra Bene e Male. Il fuoco “addomesticato” da Sant’Antonio, diviene quindi il suo attributo principale e dunque un simbolo volto a riconfermare la supremazia dei valori religiosi della cristianità.

Pastellessa Macerata Campania

Tuttavia questo culto, nelle sue varie connotazioni rituali, esprime a tutt’oggi la convivenza di elementi estremamente “eterogenei”, manifestando entro il più evidente significato religioso, un legame ancora profondo con le antiche pratiche del mondo agricolo.
Uno degli aspetti più radicati nella “tradizione maceratese” (e fortemente connotativo della festa) risulta essere proprio la preparazione di una specialità tipica del luogo: la “past’ e ‘llessa”, ossia la pasta con le castagne lesse. La castagna è sempre stata un elemento essenziale della cucina povera e in antichità ha rappresentato una delle poche fonti di sostentamento per il paese, specie d’inverno. Non deve quindi meravigliare la scelta di rendere la “past’ e ‘llessa” il piatto tipico della Festa di Sant’Antuono (che ricade, appunto, in inverno). La pietanza tra l’altro, sintetizza perfettamente una “storia del gusto” che è diventata espressione stessa del territorio di Macerata Campania, con le sue risorse naturali e culturali, frutto dell’elaborazione continua di “generazioni” inserite per intero in un contesto socio-culturale in continua trasformazione.
La “past’ e ‘llessa” costituisce quindi una parte di quella storia alimentare radicata da sempre negli usi della cultura locale. Col passare del tempo, il termine “past’ e ‘llessa” è quindi diventato un elemento esclusivo di ripetizione della tradizione nella cultura maceratese, tanto da portare, col tempo, ad indicare con il nome “Battuglie di Pastellessa” tutti i gruppi che si esibiscono sui Carri di Sant’Antuono.

Anche l’esperienza sonora offerta dalla sfilata dalle “Battuglie” durante la festa, riattualizza il legame con gli “antichi usi”, non semplicemente come espressione residuale di una pratica rituale ma, ancora oggi, come spazio di continua “riformulazione” della tradizione stessa. Con oltre 1000 bottari pronti ad esibirsi ogni anno, la sfilata dei carri ha proposto nelle più recenti edizioni, insieme al classico elemento percussivo di tini botti e falci anche un vasto repertorio sia di canti tradizionali e canzoni tipiche popolari, come anche di brani del tutto nuovi che ogni “battuglia” ha ideato ed accumulato nel corso del tempo. Un assortimento, questo, realizzato anche grazie al continuo riadattamento delle tre forme ritmiche più ricorrenti: “musica a Pastellessa”, “battuglia a Sant’Antuono” e “a Tarantella”.

Foto: Livia Bigi

Foto: Livia Bigi

Una simile organizzazione sonora farebbe emergere, in prima battuta, la formazione di un suono apparentemente ordinato. Ma è interessante notare come affiori, ad un ascolto più attento, la costante presenza di un sottofondo caotico della musica strumentale, legato forse ad un’implicita volontà di produrre “rumore” (quasi a dimostrare una diretta connessione con l’antica pratica di allontanamento degli spiriti maligni). L’insistenza del gesto percussivo, l’intreccio sonoro dei temi musicali prodotti dai carri in sfilata, il costante rivelarsi del confine tra ritmo organizzato e rumore, fanno di questa “esperienza sonora” una sorta di “apertura evocativa” verso una dimensione di partecipazione all’evento che va oltre la mera fruizione. Così il rito diventa uno spazio di entrata nel disordine dell’esistenza, una dimensione di accesso all’ignoto volto a dare sempre nuove ri-significazioni della festa.

Probabilmente, questa esperienza rivela che i repertori sonori della Festa di San’Antuono si spingono ben oltre la semplice “efficacia estetica” del ritmo prodotto, arrivando a manifestare una potenza autentica della “condotta musicale”, in grado di caratterizzare i suoni delle singole “battuglie” al punto tale da produrre nuove ed indefinite suggestioni.

(Livia Bigi – Matteo Ludovisi)

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